Il 9 marzo parte il Quantitative easing: medicina miracolosa o inutile palliativo?

Domani, lunedì 9 marzo, inizierà l’operazione europea attesa da mesi: il quantitative easig. Un massiccio acquisto da parte della Bce di titoli di Stato che, iniettando qualcosa come 1.140 miliardi di nuova moneta, drogherà l’economia europea. Da domani quindi Mario Draghi mette in campo l’ormai noto bazooka di politica monetaria ultraespansiva. Poi non resta che incrociare le dita e pregare che il quantitative easing abbia l’effetto di una medicina miracolosa e non di un palliativo su un paziente, l’Europa, ormai sul letto di morte.

In cosa consiste il Quantitative easign europeo

Come sappiamo il quantitative easing, annunciato da Draghi la scorso 22 gennaio, non è un’invenzione della Bce. Altre nazioni, padrone della propria politica monetaria, ne fanno ampio uso da anni. Dopo lo scoppio della crisi dei mutui subprime la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti ha fatto ricorso al Quantitative easing. La Fed ha iniettato nel sistema americano nuova liquidità, circa 40 miliardi al mese, dal 2008 fino all’ottobre 2014. La banca centrale d’Inghilterra nel 2009 ha attivato un piano di acquisti del valore di 375 miliardi di sterline, mentre la Banca centrale giapponese ha disposto acquisti per 91 mila miliardi di yen.

Il quantitative easing in partenza domani prevede acquisti per 60 miliardi al mese fino al settembre 2016, salvo rinvii. L’obiettivo finale è iniettare nell’economia europea 1.140 miliardi di euro, portando così il bilancio della Banca centrale vicino al livello del 2013, cioè a quota 3.500 miliardi. Della somma totale acquistata dall’Eurotower si stima che almeno 950 miliardi arriveranno dai Titoli sovrani e in particolare, da quattro paesi: Germania, Francia, Italia e Spagna. La Bce da domani, e fino al settembre 2016, comprerà 167 miliardi di debito italiano.

Gli obiettivi

Secondo i piani della Bce, il quantitative easing, avrà tre effetti principali sull’economia europea:

  • abbassare ulteriormente i tassi di interesse e di conseguenza contrastare il credit crunch e far risparmiare agli Stati in termini di costo del debito;
  • riportare l’inflazione vicino alla soglia del 2%;
  • favorire la svalutazione dell’euro e quindi dare nuovo slancio all’esportazioni europee.

La medicina miracolosa

Ma la vera domanda che si pongono i cittadini, coloro che non masticano economia tutti i giorni, è: ma questo quantitative easing funzionerà?

I sostenitori del bazooka europeo pensano di sì, anzi pensano che soltanto il suo annuncio abbia avuto un effetto positivo sul mercato. A partire da lunedì 9 marzo, semplificando al massimo, la Bce stamperà moneta e con i nuovi soldi acquisterà i Titoli di Stato dei paesi europei. Un certo effetto sull’euro e quindi sul cambio è più che plausibile: con più euro in circolazione il suo valore scende e di conseguenza le esportazioni ci guadagnano. L’Italia in particolare ci guadagna: il 30% del Pil del nostro paese infatti, è rappresentato dall’export e un’altra bella fetta dal turismo, anch’esso favorito dalla svalutazione dell’euro.

Anche l’effetto sui tassi di interesse non dovrebbe tardare ad arrivare. Secondo i sostenitori del quantitative easing l’economia, anche quella reale, trarrà giovamento dal taglio dei tassi già appiattiti sullo zero. I Btp italiani hanno i rendimenti ai minimi storici; il ridimensionamento dei Titoli di Stato comporta anche il calo dei rendimenti delle obbligazioni bancarie e aziendali. A tutto ciò si aggiunge l’abbassamento di altri tassi, in primis l’Euribor che incide, ad esempio, sulle rate mensili del mutuo.

Ma anche i più ottimisti ammettono che il quantitative easing da solo non possa agire come una bacchetta magica sulla malconcia economia europea. Per sostenere l’intervento di politica economica ultraespansiva è necessario che ci sia la cooperazione del sistema bancario e soprattutto che i governi attuino riforme utili a conferire nuovo slancio economico.

Palliativo per un paziente sul letto di morte

Non tutti quindi hanno festeggiato il lancio del quantitative easing. Poche, deboli, voci si alzano contro la medicina miracolosa messa in campo dalla Bce. Gli scettici infatti ricordano le enormi differenze che persistono tra l’economia europea e quella statunitense, su cui il quantitative easing ha avuto l’impatto sperato.

In Europa purtroppo il collegamento tra imprese e finanziamenti non è diretto, ma mediato dall’azione delle banche che troppo spesso pensano a fare i loro interessi anche a scapito di imprese e famiglie. Negli Stati Uniti invece le aziende si finanziano per circa l’80% direttamente sul mercato finanziario. Il quantitative easing della Fed, che iniettava sul mercato enormi quantità di denaro a basso costo, si ripercuoteva in maniera positiva sulle imprese che ne traevano immediato beneficio. Le piccole e medie imprese europee, le italiane in primis, prendono i loro finanziamenti per circa l’80-90% dalle banche. Sta quindi a loro trasmettere alle aziende gli effetti positivi che il quantitative easing avrà sul mercato finanziario.

Gli scettici quindi, temono che la maggior parte, per non dire tutta, l’enorme quantità di denaro che la Bce si appresta ad iniettare nel sistema economico europeo, non andrà a pagare i debiti dei poveri, di aziende e famiglie. Ma più probabilmente a ripianare i bilanci delle banche oppure a finanziare investimenti scarsamente produttivi. Anche con il bazooka di Draghi quindi le ineguaglianze e gli squilibri di competitività in Europa resteranno tali e quali.

Altra differenza sostanziale con gli Stati Uniti. Il quantitative easing statunitense è stato affiancato da enormi investimenti pubblici: il deficit dello Stato federale è passato dal 2,8% di fine 2007 al 12,4% del 2009. In Europa invece il quantitative easing è abbandonato a sé stesso, unica misura espansiva attuata nell’Unione sempre più devota alle politiche di austerità e tagli alla spesa pubblica.

In sostanza, si può prevedere che il quantitative easing abbia effetti positivi soprattutto sulla svalutazione dell’euro e la riduzione dei tassi. Ma affinché ci siano benefici all’economia reale l’Europa dovrebbe attuare anche politiche utili a far ripartire la produzione, la crescita e gli investimenti produttivi.

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