L’Italia è il paese più corrotto d’Europa. Nessuna salvezza senza una buona governance

L’Italia è il paese più corrotto d’Europa. A dirlo è stato, lo scorso dicembre, il Corruption perception index 2014, a ribadirlo oggi arriva la rivista scientifica Nature.

Secondo l’ultimo numero della prestigiosa rivista inglese infatti, non è possibile per scienza e tecnologica mettere in pratica tutto il loro potenziale se lo Stato non garantisce un minuzioso controllo della spesa pubblica. “La corruzione è nemica dell’innovazione” è l’assunto di base espresso dalla rivista che riporta l’influenza che la corruzione esercita su ricerca e sviluppo, fuga dei cervelli, investimenti in istruzione superiore e promozione del merito. In tutti questi grafici l’Italia è nella fascia più bassa insieme a Bulgaria, Romani e Grecia, ovvero i paesi in cui la corruzione impedisce di spendere bene le finanze pubbliche.

I numeri di un disastro

I numeri pubblicati in un rapporto di Unimpresa sull’illegalità in Italia descrivono una realtà drammatica e sconfortante. Il fenomeno della corruzione diminuisce gli investimenti esteri del 16% e fa aumentare del 20% il costo complessivo degli appalti. Esempi come il Mose di Venezia, la Tav e L’Expo 2015, sono più che esaurienti in questo senso.

Sempre secondo Unimpresa tra il 2001 e il 2011, la corruzione in Italia ha mangiato 10 miliardi di euro l’anno di prodotto interno lordo per complessivi 100 miliardi in dieci anni. Le aziende che operano in un contesto corrotto crescono in media del 25% in meno rispetto alle concorrenti che operano in un’area di legalita’. E, in particolare, per le piccole e medie imprese hanno un tasso di crescita delle vendite di oltre il 40% inferiore rispetto a quelle grandi.

Tutti i problemi dell’Italia girano intorno alla corruzione. Lasciare il paese in mano a corrotti e corruttori è stato il peccato originale che ha condotto alla caduta economica, politica e sociale dell’Italia.

Secondo le rivista Nature, i paesi più corrotti Bulgaria, Romania, Italia e Grecia spendono la maggior parte dei loro soldi pubblici in grandi opere: strade, ponti e treni ad alta velocità. In quei settori dove mazzette, favoritismi politici, appalti truccati e costi gonfiati sono all’ordine del giorno, totalmente a scapito del buon governo e degli investimenti produttivi positivi per la collettività.

Lo Stato innovatore

Allo stesso tempo quindi settori cardine come la ricerca, la salute e l’istruzione sono abbandonati a sé stessi, colpiti da continui tagli ai fondi e al personale. E questo non può che riversarsi negativamente sullo sviluppo di un paese tanto da incidere anche sulla sua tenuta economica.

Marianna Mazzucato, nel suo libro Lo Stato innovatore, spiega chiaramente come i paesi che negli anni hanno investito meno capitali pubblici in Ricerca e Sviluppo sono quelli che si sono trovati maggiormente in difficoltà allo scoppio della crisi economica. “Uno dei miti più grossi, tra quelli messi in circolazione durante la crisi dell’Eurozona – spiega Mazzucato – è che i paesi della periferia come la Grecia e l’Italia, sono stati troppo spendaccioni, mentre i più responsabili paesi del centro sapevano bene quando e come era il caso di stringere la cinghia”. La tesi (più che condivisibile) del libro dice tutto il contrario. I paesi cosiddetti di “periferia” hanno speso troppo poco in ricerca e sviluppo, ovvero le aree che all’interno dello Stato producono crescita.

Nessun paese è mai cresciuto senza investimenti consistenti in aree come l’istruzione, la ricerca e la formazione del capitale umano. Gli investimenti statali in ricerca e sviluppo uniti a “sistemi di innovazione istituzionale” sono il vero motore per la crescita e la competitività di un paese. Ma in Italia i soldi statali sembrano aver imboccato una strada senza uscita che porta soltanto verso le grandi opere. La corruzione, insinuatasi in tutti i settori della società, sta distruggendo questo paese impedendo che le risorse arrivino nei settori utili per la collettività.

Coloro che si battono per una legge seria che punisca corrotti e corruttori non sono “giustizialisti”, hanno soltanto compreso che la lotta alla corruzione rappresenta nel nostro paese una questione di vita o di morte.

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