Atlante: ecco il fondo salva-banche per aumenti di capitale e vendita sofferenze. Ma il sistema non era solido?

A parole il sistema bancario italiano è tra i più sani e solidi d’Europa, ma i fatti, cioè la corsa all’approvazione del fondo Atlante che dovrà reggere il sistema bancario italianoraccontano un’altra storia. Le chiacchiere dei politici stanno a zero, che le banche italiane sono in difficoltà a causa della crisi, ma anche di una gestione allegra e malsana, è cosa arcinota. Così il governo ha sostenuto la nascita di Atlante, un fondo privato il cui nome è già tutto un programma, che avrà il compito di aiutare le banche ad uscire dall’impasse degli aumenti di capitale chiesti dalla BCE e imposti dalle difficoltà economiche e della vendita dei crediti in sofferenza, quel fardello da 200 miliardi che il nostro sistema “sano” si trascina dietro da anni appesantendo i bilanci.

Banche: nasce il fondo Atlante

Dopo una serie serrata di incontri al MEF tra banche, assicurazioni, CDP, Bankitalia e governo nasce il fondo Atlante con una dotazione di circa 6 miliardi di euro. Il fondo Atlante sarà gestito Quaestio SGR, Società di Gestione del Risparmio, un’istituto che si occupa di intermediazione finanziaria. Questo in particolare è presieduto da Alessandro Penati e fa parte di una holding la Quaestio SA, società con sede in Lussemburgo detenuta da Fondazione Cariplo, Locke srl, la Cassa di previdenza dei Geometri, l’Opera Don Bosco e Fondazione Cassa di risparmio di Forlì.

A cosa serve il fondo Atlante

Il fondo Atlante nasce per sostenere il sistema bancario che, nonostante le rassicurazioni della politica, non gode affatto di ottima salute. Il salvataggio delle quattro banche, le difficoltà di MPS e il crollo in Borsa nelle prime settimane nel 2016, gli aumenti di capitale forzati di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, la fusione tra Banco Popolare e Banca popolare di Milano sono tutti segnali di un sistema bancario che naviga in alto mare. In questo quadro il governo ha cercato di intervenire con un pacchetto di norme e nuovi strumenti: le misure per velocizzare i tempi di recupero crediti, la creazione dei GACS (per quanto poco incisivi) per la vendita dei crediti in sofferenza e ora la creazione di un fondo privato con una dotazione di circa 6 miliardi.

Atlante ha un duplice scopo: sostenere le banche che devono affrontare un aumento di capitale e aiutare gli istituti a liberarsi dei crediti in sofferenza. Il primo imminente banco di prova è l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, le due banche venete messe in ginocchio dalla malafede e malagestione dei consigli di amministrazione e costrette a scegliere tra l’aumento di capitale e il meccanismo di risoluzione bancaria da parte della BCE. Ma per due banche in queste condizioni l’aumento di capitale è tutt’altro che un successo assicurato: le azioni della Popolare di Vicenza sono passate da 62 euro a 6,3 e quelle di Veneto Banco da 39,5 a 7,3 euro. Insomma chiedere soldi agli investitori e presentarsi in Borsa non sarà proprio una passeggiata. Ed è qui che entra in funzione Atlante: il fondo sarà pronto a comprare l’inoptato, ovvero le azioni rimaste invendute al termine dell’aumento di capitale. Già solo la presenza di questo paracadute dovrebbe rassicurare gli investitori e quindi favorire la conclusione positiva dell’operazione.

Il secondo obiettivo è più complesso: favorire la vendita dei crediti in sofferenza. Le banche italiane hanno in pancia 200 miliardi di crediti in sofferenza, ovvero difficilmente recuperabili, che pesano negativamente sui bilanci delle banche stesse. Intanto il governo con la modifica della legge ha tentato di tagliare i tempi della giustizia per il recupero di questi crediti. Secondo Mediobanca securities se l’Italia riuscisse a tagliare i tempi per il recupero dei crediti in sofferenza dagli attuali 7-8 anni a 5 il valore dei crediti salirebbe del 10-12%. E’ chiaro: i soldi presi subito valgono più della stessa cifra intascata dopo un’annosa trafila giudiziaria.

L’intervento del fondo Atlante, in pratica, dovrebbe portare al “repricing”, ovvero il riprezzamento dei crediti in sofferenza. Quando si discuteva della creazione della bad bank italiana il problema era fissare il prezzo delle sofferenze: il valore dato dal mercato è molto più basso di quello iscritto a bilancio da parte delle banche. Per semplificare: se una banca ha 100mila euro di crediti in sofferenza e li mette a bilancio al 44% (la media delle banche italiane) cioè considera di poter recuperare 44mila euro, ma poi vende l’intero pacchetto al 20% (il valore dato attualmente dal mercato) cioè a 20mila euro significa che nel bilancio della banca si è creato un buco di 24mila euro. Considerando che il sistema bancario italiano ha 200 miliardi di crediti in sofferenza è chiaro quanto sia centrale la partita sulla vendita dei crediti al prezzo giusto.

L’obiettivo quindi è quello di far salire il valore di mercato di questi crediti in modo da allineare il più possibile il prezzo che gli investitori sono disponibili a pagare al valore a cui le banche hanno messo a bilancio i crediti in sofferenza. Questo serve per evitare operazioni shock come quelle avvenute per le quattro banche salvate lo scorso novembre quando i crediti in sofferenza sono stati valutati al 17% azzerando gli investimenti dei correntisti. Il Fondo Atlante agirà parallelamente ai GACS, ovvero le garanzie statali che, però, per non inciampare nell’aiuto di Stato possono entrare in funzione soltanto sulla tranche senior. Atlante, invece, spiega il comunicato, “concentrerà i propri investimenti sulla tranche junior di veicoli di cartolarizzazione” senza incorrere nello stop europeo sugli aiuti di stato perché è un fondo privato.

Fondo Atlante: chi ci mette i soldi

Il via libera al fondo Atlante è arrivato ieri al termine di una maratona di incontri al MEF. Tra coloro che hanno aderito ci sono le compagnie assicurative che dovrebbero portare in dote circa un miliardo; le Fondazioni con 500 milioni euro; e le principali banche che dovrebbero portare almeno 3 miliardi (in testa Unicredit, Intesa Sanpaolo); Cassa Depositi e Prestiti con circa 500 milioni. Ovviamente non partecipano al fondo la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige e MPS, ovvero i primi istituti che godranno del paracadute Atlante.

Saranno questi attori a ritrovarsi azionisti in via residuale dopo gli aumenti di capitale delle banche salvate. Si tratta di un’operazione orchestrata da un fondo a gestione privata, quindi, non è necessario il via libera preventivo della commissione UE, ma non è escluso che Bruxelles voglia conoscere i dettagli dell’operazione. Dietro la creazione di un fondo privato, infatti, c’è palesemente la mano del governo che ha incontrato le parti e messo a punto il progetto. In pratica il fondo Atlante è una marionetta usata dal governo per salvare le banche in difficoltà senza, però, il pericolo di inciampare negli aiuti di Stato vietati a livello europeo. I soldi pubblici sono presenti soltanto in Cassa Depositi e Prestiti il cui scopo dovrebbe essere, secondo lo statuto, gestire in maniera prudente i risparmi postali degli italiani. I dettagli sulla creazione del fondo Atlante e sul suo funzionamento dovrebbero uscire nei prossimi giorni, quando magari arriverà anche la risposta alla vera domanda: ma banche, assicurazioni e fondazioni che buttano soldi nel fondo Atlante per salvare le altre banche in crisi, cosa ci guadagnano?

Articolo scritto per Ibtimes

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