Sistema bancario: da Bce spinta alla Bad bank italiana. Ecco rischi e benefici

Dopo quattro anni Mario Draghi torna a parlare alla Camera dei deputati. L’ultima volta l’ha fatto in veste di Presidente di Bankitalia, ieri come numero uno della Bce e promotore del quantitative easing lanciato lo scorso 22 gennaio.

Nel corso dell’audizione di ieri, nella Sala del Mappamondo, Draghi ha parlato degli effetti positivi del Qe sull’economia italiana, del decreto banche popolari e di altri temi ancora. Tra questi, il governatore della Bce, ha risposto ad una domanda sulla bad bank di sistema, argomento su cui era già tornato la scorsa settimana il presidente di Bankitalia, Ignazio Visco.

Draghi vede un collegamento diretto tra il Qe iniziato il 9 marzo e i prestiti a famiglie e imprese. Ma la facoltà di trasmettere all’economia reale i benefici che provengono dal piano di acquisti europeo dipende – secondo Draghi – dalla salute del sistema bancario che deve essere in grado di espandere il credito: “Ciò significa, a sua volta che i prestiti deteriorati debbano emergere rapidamente nei bilanci degli intermediari e che vengano attuate misure per una rapida soluzione del problema. La Bce – ha concluso – guarda con favore a nuove iniziative tese a ridurre il peso delle partite deteriorate nei bilanci delle banche italiane; esse consentiranno di liberare risorse soprattutto a beneficio delle imprese”.

Stessa linea adottata la scorsa settimana da Ignazio Visco, numero uno di Bankitalia ricordando che il Qe è destinato a smorzare il suo effetto e per questo sono necessarie le riforme strutturali del sistema bancario utili ad aumentare “il potenziale di crescita dell’economia italiana con strumenti che innalzino a un tempo produttività e occupazione, creando nuovo reddito e nuova domanda”.

Bad bank

L’obiettivo della bad bank, proposta da Visco, è di affrontare a livello di sistema la montagna di crediti in sofferenza detenuti dalle banche italiane che ne assorbe il capitale e ne riduce la facoltà di erogare credito all’economia. La bad bank, letteralmente “banca cattiva” nasce allo scopo di ricevere crediti anomali, ovvero i prestiti erogati dalle banche e che difficilmente verranno restituiti.

Grazie a questo strumento le banche in difficoltà a causa del peso dei titoli tossici, possono cedere parte del proprio portafoglio ai nuovi veicoli societari che permettono così agli istituti di credito di depurarsi da crediti anomali, tossici e difficilmente esigibili. Le banche quindi ne escono alleggerite, mentre la bad bank si accolla la gestione dei crediti anomali.

Benefici

Prima della crisi economica i crediti in sofferenza all’interno dei bilanci delle banche italiane ammontavano a circa 42 miliardi di euro, mentre oggi si conta un’ammontare di 183 miliardi. Se poi si considera la persistente crisi economica, la possibilità che molti altri creditori diventino insolventi e che il loro debito vada ad aggiungersi alla montagna di crediti in sofferenze è più che concreta.

Il beneficio più evidente, su cui preme Bankitalia, è quello strettamente legato al credit crunch, ovvero la stretta creditizia verso famiglie e imprese. Disincagliare dai bilanci delle banche i crediti in sofferenza significa ridare ossigeno alle banche e quindi liberare risorse destinate a finanziare famiglie e imprese. Liberandosi della zavorra dei crediti mai rimborsati, le banche potrebbero ripartire da zero, erogando prestiti e tornando a scommettere sulle piccole e medie imprese innovative.

Rischi 

Ma la questione non è affatto semplice e si capisce anche dalle caute dichiarazioni del Ministro dell’economia Padoan che ha parlato di una “soluzione leggera” allo studio del governo. Il problema è da una parte prettamente politico e dall’altra legato alle regole economiche di Bruxelles.

Il rischio è che l’intervento a favore delle banche appaia ai cittadini come un aiuto di Stato al sistema bancario, reo negli anni delle crisi di mala gestione e chiusura dei canali di credito. La montagna di crediti in sofferenza è stata creata anche per scelte sbagliate delle banche che, con poche cautele, hanno prestato soldi alle loro cerchie clientelari. D’altra parte però, c’è da ammettere che le colpe non sono tutte dei banchieri. La crisi ha duramente colpito il sistema industriale e delle Pmi italiane che hanno investito, spesso rimettendoci, i soldi presi in prestito dalle banche. Quindi se da una parte si può discutere delle responsabilità di banchieri, istituti di vigilanza che poco (e male) hanno vigilato e furbetti italiani insolventi in Italia, ma con conti e ville all’estero, dall’altra resta però la necessità di far ripartire il credito. Bisogna rimettere le banche in condizione di fare il loro mestiere e prestare soldi alle famiglie e alle imprese.

Il secondo problema è di natura economica, ma soprattutto “legale”. La nuova disciplina europea sugli aiuti al sistema bancario ha sostituito la vecchia procedura di bail-in, ovvero salvataggio a carico del settore pubblico, con il bail-out che prevede la partecipazione di azionisti e depositari oltre i 100mila euro. La commissione europea quindi non permetterebbe all’Italia di seguire l’esempio di paesi come Gran Bretagna e Germania che, in anni passati, hanno abbondantemente finanziato le loro banche a rischio. Non sarebbe percorribile nemmeno la strada di un intervento del fondo salvi stati, l’ESM, perché comporrebbe il deterioramento del già pessimo rapporto italiano debito/Pil.

La bad bank italiana quindi non sarà sostenuta interamente dallo Stato. Una soluzione di equilibrio, ovvero utile allo scopo, ma che resti entro i limiti europei, è stata avanzata da Giuseppe Vegas, Presidente Consob. Per ovviare a tutte queste problematiche serve “un forte coinvolgimento del settore privato”. Secondo Vegas “si potrebbero valutare forme tecniche compatibili con i vincoli di finanza pubblica, prevedendo la garanzia solo per alcune tipologie di titoli emessi dal veicolo, ad esempio le tranche più rischiose. La garanzia pubblica potrebbe, inoltre, rendere tali strumenti finanziari idonei a essere oggetto del programma di acquisto di titoli cartolarizzati da parte della Bce”.

In sostanza l’ipotesi è che la finanza pubblica si faccia carico soltanto di una quota di minoranza, lasciando alle banche interessate la gestione della maggioranza della bad bank. Ma anche in questo caso gli interrogativi e le perplessità restano e il cartellino rosso di Bruxelles è sempre dietro l’angolo.

 

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