Economia dello spreco: in Francia buttare il cibo diventa reato. In Italia come siamo messi?

Articolo scritto per IBTIMES

Sprecare cibo ancora commestibile è un reato, almeno in Francia. È da poco entrata in vigore una legge votata a dicembre dal parlamento francese che obbliga i grandi supermercati a donare il cibo prossimo alla scadenza alle istituzioni caritatevoli, introduce ore di educazione scolastica contro lo spreco e altri disincentivi per le pratiche scorrette. La legge partita dalla Francia, primo Stato europeo a legiferare contro le spreco alimentare, potrebbe arrivare anche a Bruxelles. E in Italia come siamo messi? Non troppo bene.

Economia europea dello spreco

Un’interessante panoramica sull’economia dello spreco in Europa arriva dal rapporto Waste Watcher 2015 presentato in occasione della terza Giornata nazionale di prevenzione dello spreco, il 5 febbraio.

A livello mondiale lo spreco alimentare costa ogni anno 1.000 miliardi di dollari che salgono a 2.600 miliardi se si considerano anche i costi legati all’acqua e all’impatto ambientale. Restringendo il campo di osservazione all’Unione europea, ogni anno si gettano 90 milioni di tonnellate di cibo, 180 chili di cibo a persona e ogni giorno si spreca l’equivalente di 720 calorie a persona. Tra i Paesi europei più “spreconi” troviamo l’Olanda con 579 chili pro capite di cibo sprecato, il Belgio (399) e Cipro, (334) mentre tra i più virtuosi la Repubblica Ceca, (71) Malta (62) e la Grecia (44). L’Italia si trova a metà classifica, in 15sima posizione con 149 chili pro capite di cibo sprecato.

Un dato interessante è quello dell’origine dello spreco. Secondo Waste Watcher il 42% dello spreco deriva da cattive abitudini casalinghe; il 39% dagli sprechi della produzione; il 14% dalla ristorazione e il 5% dalla distribuzione.

La legge francese contro lo spreco

La legge francese introduce pene severe, fino a 75mila euro, per i grandi punti vendita (quelli oltre i 400 metri quadri) che buttano via i prodotti alimentari invenduti obbligandoli a stipulare convenzioni con organizzazione no profit per la raccolta e la ridistribuzione del cibo.

É stato introdotto anche il divieto per i supermercati di “rendere inutilizzabili” i prodotti scaduti o vicini alla scadenza rimasti invenduti, per esempio cospargendoli di candeggina (che pare essere una pratica diffusa). I supermercati dovranno regalare quelli ancora commestibili alle associazioni caritative, e destinare i prodotti non più vendibili al consumo animale, al compostaggio o alla valorizzazione energetica. Stesso discorso per i prodotti difettosi che troppo spesso vengono buttati via anche se ancora commestibili.

La legge francese, la prima al mondo di questo tipo, nasce grazie alla campagna promossa da un consigliere comunale del centrodestra, Arash Derambarsh, sostenuto dal produttore cinematografico Mathieu Kassovitz. I promotori della legge anti-spreco hanno lanciata una petizione su Change.org  che in poco tempo ha raccolto oltre 200mila firme.

Oltre alla votazione della legge al parlamento francece la petizione chiede anche che il tema venga portato in Europa. Chiede l’intervento del presidente Hollande per convincere il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a proporre al parlamento comunitario una normativa anti spreco valida per tutta l’Unione europea.

Sbarcata in parlamento grazie quindi al forte sostegno popolare la legge è stata approvata con largo consenso, grazie al sostegno di centrosinistra, centrodestra e, ovviamente, degli ecologisti. I promotori si dicono molto soddisfatti anche se considerano la legge soltanto una primo passo a cui dovranno far seguito altre campagne per la sensibilizzazione dei cittadini e momenti di formazioe per gli operatori.

Qualche dubbio, invece, arriva dai protagonisti della grande distribuzione su cui ricade l’obbligo di donare il cibo ancora commestibile e l’eventuale multa. C’è chi evidenzia la mancanza di dotazioni da parte delle associazioni no profit per conservare e distribuire i prodotti donati in tempi utili, quando ancora possono essere mangiati.

L’Italia e lo spreco alimentare

E in Italia come siamo messi? Non siamo tra i Paesi più spreconi d’Europa, ma lo spreco alimentare generato in Italia da famiglie, distribuzione e produzione vale circa 8,4 miliardi di euro. Ogni famiglia butta nella pattumiera cibo per un valore di 6-7 euro a settimana, oltre 300 euro l’anno.

Dal punto di vista legislativo, come spesso accade, facciamo tante chiacchere e pochi fatti. L’approvazione nel 2003, della ‘Legge del Buon Samaritano’ ha agevolato le donazioni di alimenti a fini sociali, ma la legge ‘Zero spreco’ pensata proprio per diminuire drasticamente la quantità di cibo e soldi buttati con lo spreco alimentare, data per approvata già nel 2015, è ancora ferma in Parlamento.

Secondo la norma, le aziende che scelgono di donare il cibo invece che buttarlo, hanno incentivi fiscali e sconti. Inoltre cerca di rendere più facile la donazione degli alimenti rispetto alla loro distruzione da parte di industrie. Oggi se un’azienda vuole distruggere cibo non più in vendita è tenuta a fare alcuni adempimenti burocratici se il valore della merce è superiore a 10mila euro, mentre se vuole donare l’obbligo scatta a 5 mila euro. Il Governo vuole modificare la legge, alzando la soglia delle donazioni a 15mila euro e semplificando così la vita alle imprese che scelgono di destinare le eccedenze a favore degli indigenti. Infine la legge Zero sprechi interviene per potenziare il recupero degli alimenti, rafforzando la legge del ‘Buon Samaritano’.

All’Expo i politici hanno fatto la fila per sottolineare l’importanza di approvare la legge, ma poi chiuso il sipario è calato nuovamente il silenzio. Lo stesso Ministro dell’Ambiente Galletti aveva promesso “entro i primi mesi del 2016 potremmo arrivare all’approvazione del disegno di legge sullo spreco alimentare in Parlamento, dobbiamo andare spediti”.

Insomma, in Italia tanche chiacchiere e pochi fatti. Non ci resta che sperare che la legge partita dalla Francia possa arrivare davvero al Parlamento europeo e che quindi ci venga imposta “dall’alto”. Così, anche in questo caso, saremmo obbligati a farla perché “ce lo chiede l’Europa”.

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