Credito cooperativo: qualcosa non torna nella riforma delle BCC

Articolo pubblicato su IBITIMES

Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto per la riforma del credito cooperativo. Le BCC hanno 18 mesi di tempo per fare le loro mosse e decidere se entrare a far parte della holding descritta dalla riforma oppure utilizzare l’uscita d’emergenza rappresentata dal cosiddetto way-out. In realtà il decreto firmato da Mattarella potrebbe ancora subire modifiche in sede di conversione in Parlamento.

È quello che sperano alcuni tecnici del settore, in primis i rappresentanti di Federcasse, l’associazione che raccoglie le BCC italiane. Il decreto emanato dal governo accoglie le linee guida presenti nell’autoriforma presentate dalle stesse BCC, è vero, ma con alcune piccole modifiche. E si sa, il diavolo a volte si annida proprio nei dettagli. E così avanzano le perplessità circa il ruolo della holding e il legame con il territorio delle BCC, ma soprattutto sul meccanismo studiato dal governo per permettere alle casse che non vogliono sottostare alla holding di andare per la propria strada. Gli occhi, anche in questo frangente, sono puntati tutti sulla Toscana, dove si trovano due BCC legate in qualche modo alla politica e interessate a non aderire alla holding.

Riassumiamo brevemente il profilo della riforma. Il testo sulle BCC emanato dal governo prevede l’obbligo per le BCC di aderire ad un gruppo bancario cooperativo che abbia come capogruppo una società per azioni con un patrimonio non inferiore a 1 miliardo di euro. L’adesione ad un gruppo bancario è la condizione per il rilascio, da parte della Banca d’Italia, dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo. Le BCC che non intendono aderire alla holding dovranno dare allo Stato il 20% delle proprie riserve e deliberare la trasformazione in SpA, perdendo quindi la propria natura di BCC.

Negli anni della crisi le BCC sono diventate essenziali per il sostegno economico delle piccole e micro imprese del territorio italiano. Alcuni osservatori, guardando alla riforma, temono che l’adesione alle holding e la modifica morfologica delle BCC alteri le caratteristiche e le funzioni del credito cooperativo a danno del tessuto produttivo del Paese.

Inizialmente il premier Renzi aveva indicato come esempio da seguire quello della francese Credit Agricole che però avrebbe comportanto per le singole BCC la perdita della licenza bancaria e quindi della propria autonomia. Alla fine la riforma, su questo punto, ha seguito le indicazioni di Federcasse, ma i dubbi sull’indipendenza delle BCC restano.

La creazione di un gruppo cooperativo unico che raccolga tutte le BCC del Paese potrebbe ridurre la libertà di azione delle BCC in sede locale, il cui ruolo potrebbe diventare quello di mere esecutrici delle direttive generali impartite dalla holding. Secondo alcuni critici della riforma, appare di dubbia praticabilità il mantenimento di un sufficiente grado di autonomia delle BCC con ricadute negative sulle PMI del territorio.

Ma le critiche più aspre sono legate alle modalità con cui le BCC potranno sfilarsi dalla holding e in particolare viene contestato il requisito minimo di 200 milioni che le BCC devono avere per andare per la propria strada. L’aver fissato il tetto a 200 milioni, in effetti, può sembrare arbitrario dal momento che non ci sono apparenti motivazioni per non scegliere 150 o 250 milioni. Inoltre nel comunicato stampa con cui il governo ha annunciato la riforma si indicava come requisito minimo per il “way out” 200 milioni di riserve, mentre nel testo della riforma firmato da Mattarella la parola “riserve” è stata sostituita con “patrimonio”. Le riserve rappresentano l’ammontare della liquidità detenuta dalla BCC, mentre il patrimonio netto è costituito dal capitale più le riserve, più gli utili o le perdite dell’esercizio.

Con questo requisito sono 12 le BCC italiane che si trovano al bivio: BCC Roma (747 milioni), Credito coop ravennate e imolese (322), BCC di Pompiano e Franciacorta (311), BCC di Alba (311), BCC di Cambiano (278), Cassa rurale di Cantù (274), BCC di Carate Brianza (264), Banca centropadana (263), BCC di Carugate (249), Cassa Padana (232), Emil banca (231), Chianti banca (226).

Tra queste le due toscane hanno dei legami con la politica che fanno storcere il naso a molti osservatori. La BCC di Cambiano, la più grande della regione, ha tra i dirigenti Marco Lotti, padre del sottosegretario di Palazzo Chigi, Luca Lotti e come presidente Paolo Regini, sindaco di Castelfiorentino per una decina d’anni, colui che avrebbe accordato a Renzi il mutuo per la campagna elettorale del 2009. La seconda, Chiantibanca, nel 2012 ha inglobato il Credito Cooperativo fiorentino presieduto da Denis Verdini.

Il fatto che due BCC toscane legate in qualche modo alla politica abbiano la possibilità di scegliere del proprio futuro può essere sospetto. Ma alcuni giornali nei giorni scorsi sono andati oltre con le ipotesi di complotto sostenendo che il cambiamento della parola riserva con patrimonio sia stato un aiutino per Chiantibanca che avrebbe 200 milioni di patrimonio, ma non di riserve. In realtà i 180 milioni di riserve riportate dai giornali si riferiscono al bilancio del 2014, ma la BCC, nei giorni scorsi, ha confermato che nel bilancio 2015 (da approvare ad aprile) le riserve risultano superiori al tetto dei 200 milioni. Inoltre già da qualche mese (a settembre) è stata annunciata la fusione con la BCC di Pistoia e la BCC Area Pratese che porterà riserve e patrimonio ben oltre il limite fissato dal governo. Insomma, Chiantibanca per avere la possibilità di scegliere se confluire nella holding o andare per la sua strada non aveva bisogno di questo cambio in corso d’opera.

Secondo il decreto le BCC con patrimonio superiore ai 200 milioni hanno la possibilità di diventare banche SpA tenendosi le riserve indisponibili e pagando allo Stato un’imposta del 20% delle proprie riserve. Un altro punto di attrito è proprio rappresentato dalle riserve indisponibili che restano in dote alla banca. Si tratta di quella parte del patrimonio, che deve ammontare almeno al 70% degli utili, che non possono essere ripartite tra i soci nemmeno in caso di scioglimento della Bcc e trasformazione in banca SpA.

Sul punto si sofferma Francesco Liberati , presidente della Bcc di Roma: “questo meccanismo fa sorgere dei dubbi in quanto va in controtendenza rispetto al quadro normativo attuale che regola l’attività delle BCC prevedendo, come per qualsiasi cooperativa, in caso di scioglimento o trasformazione, che si debbano devolvere le riserve, che costituiscono normalmente la stragrande parte del patrimonio, ai fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione”. Questa riforma delle BCC, al contrario, “consentirebbe, dietro pagamento di un’imposta del 20%, la privatizzazione del patrimonio a favore dei soci della costituenda SpA“. Il rischio quindi è che il “way out” e la trasformazione della BCC in banca porti il patrimonio non più nelle disponibilità dei soci della banca cooperativa, ma nelle mani dei futuri azionisti della SpA.

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